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Cosa sono le faccette dentali
Le faccette dentali sono sottili ricostruzioni indirette in ceramica, applicate per adesione sulla superficie esterna dei denti anteriori per correggere difetti di colore, forma o posizione. Richiedono una preparazione del dente molto più conservativa di una corona e, quando l’indicazione è corretta, mostrano sopravvivenze intorno al 93,5% a 10 anni e all’83% a 20 anni. Nella letteratura scientifica si chiamano porcelain laminate veneers.
Questa guida non si limita a spiegare cosa sono. Entra nel merito delle tre decisioni che determinano il risultato: quale materiale, quanto smalto togliere e quando invece è meglio non farle.


Il criterio che decide tutto: quanto smalto resta
Prima di parlare di materiali e di prezzi, c’è un principio che governa l’intero trattamento: l’adesione della ceramica allo smalto è nettamente più resistente dell’adesione alla dentina.
Non è un’affermazione teorica. Una metanalisi pubblicata sul Journal of Prosthetic Dentistry nel 2025 ha confrontato i risultati delle faccette in ceramica in base al substrato su cui vengono incollate, e i numeri parlano da soli:
- incollate sullo smalto: sopravvivenza del 99%, successo del 99%;
- con minima esposizione di dentina: sopravvivenza del 95%, successo del 95%;
- su una ricostruzione in composito preesistente: sopravvivenza del 94%, ma successo del 70%;
- con esposizione dentinale importante: sopravvivenza del 91%, successo del 74%.
La differenza tra “sopravvivenza” e “successo” è importante: la prima dice che la faccetta è ancora lì, la seconda che è ancora lì senza aver richiesto alcun intervento di riparazione. Sullo smalto integro le due cifre coincidono. Su dentina esposta o su vecchie ricostruzioni si aprono anche venticinque punti di distanza.
Il motivo è chimico e meccanico insieme. Lo smalto si condiziona in modo prevedibile con acido ortofosforico al 37% e produce quella superficie opaca e uniforme che segnala un’adesione riuscita. La dentina no: ha una composizione mista, organica e inorganica, con una struttura tubulare che rende difficile controllare il grado di umidità della superficie — e l’umidità corretta è la condizione elementare perché il legame tenga. In più la dentina è più flessibile dello smalto, e ogni flessione si scarica sulla ceramica.
Da qui discende tutto il resto:
- L’obiettivo di ogni preparazione è restare all’interno dello smalto. Non è una scelta di stile: è ciò che rende il lavoro duraturo.
- Quando l’adesione avviene su un substrato più flessibile — dentina o vecchie ricostruzioni in composito — il rischio di flessione e quindi di frattura della ceramica aumenta.
- L’isolamento con la diga di gomma durante la cementazione è fortemente raccomandato: riduce le contaminazioni da saliva, che abbassano l’energia superficiale dello smalto e compromettono il legame.
Un riferimento numerico utile: le vetroceramiche mantengono un’adesione efficace anche quando resta meno del 50% di smalto sulla superficie preparata, ma al margine serve almeno il 30% di smalto residuo. È il margine, non il centro, il punto in cui la faccetta si scolla.
Quale materiale scegliere
Le faccette in ceramica durano di più e restano stabili nel colore; il composito costa meno e si applica in una sola seduta, ma richiede più interventi di manutenzione nel tempo. Tra le ceramiche, la feldspatica dà l’estetica più alta ma richiede uno smalto integro; il disilicato di litio è più resistente e si sceglie quando ci sono carichi importanti o servono modifiche di forma consistenti.
Ceramica feldspatica
- Estetica: la più alta in assoluto, la più simile allo smalto naturale
- Resistenza: resistenza flessurale di 60–70 MPa
- Spessore: molto sottile, ideale su smalto integro
- Colore: stabile nel tempo
- Tempi: più sedute, richiede il laboratorio
- Riparabilità: complessa
Disilicato di litio
- Estetica: molto alta
- Resistenza: nettamente superiore alla feldspatica, con circa il 70% di contenuto cristallino
- Spessore: oltre 0,8 mm nelle aree di carico, fino a circa 0,3 mm al margine
- Colore: stabile nel tempo
- Tempi: più sedute, richiede il laboratorio
- Riparabilità: complessa
Resina composita
- Estetica: buona, ma inferiore alle ceramiche
- Resistenza: media
- Spessore: variabile
- Colore: tende a macchiarsi e a opacizzarsi
- Tempi: anche una sola seduta
- Riparabilità: semplice, direttamente in studio
Ceramica o composito: cosa dicono i dati a dieci anni
Su questo confronto esiste uno studio particolarmente utile, perché non è un test di laboratorio ma la fotografia di uno studio dentistico reale: 1.459 faccette applicate su 341 pazienti, seguite per dieci anni e pubblicate su Dental Materials nel 2022. Il tasso di fallimento annuo è risultato questo:
- Sopravvivenza (la faccetta è ancora in bocca): ceramica 1,4% a 5 anni e 1,2% a 10 anni; composito diretto 3,9% e 4,1%.
- Successo (la faccetta è ancora in bocca senza aver richiesto riparazioni): ceramica 2,9% e 2,8%; composito diretto 9,1% e 10%.
Tradotto: il composito ha un rischio di fallimento circa quattro volte superiore alla ceramica sul fronte della sopravvivenza e cinque volte superiore su quello del successo.
Ma gli stessi autori aggiungono una precisazione che vale quanto i numeri: entrambi i materiali mostrano tassi di sopravvivenza elevati ed entrambi sono utilizzabili nella pratica clinica. Il composito è l’alternativa più conservativa, ha una longevità accettabile, e semplicemente richiede più reinterventi. Non è un materiale di serie B: è un materiale con una manutenzione diversa.
Quando ha senso il composito
Il composito ha due vantaggi reali: si esegue in una seduta e si ripara facilmente, direttamente in studio. È indicato quando il paziente è giovane e l’occlusione non è ancora stabile, quando si vuole testare un cambiamento estetico prima di renderlo definitivo, o quando la priorità è la reversibilità e la conservazione massima del tessuto.
Il limite è documentato: i compositi restano soggetti a discolorazione marginale, usura e fratture ai bordi, e questo riduce il risultato estetico nel lungo periodo. Nei confronti clinici diretti, la discolorazione dei margini è la complicanza che cresce più rapidamente nei primi dodici mesi.
La domanda giusta quindi non è “quale materiale è migliore”, ma quanto sei disposto a tornare per la manutenzione e quanto conta per te la stabilità estetica a dieci anni.
Come si decide, davvero: la valutazione del rischio flessurale
Tra le due ceramiche, la scelta non è una questione di gusto né di budget. Si basa su una valutazione dei carichi che quel dente dovrà sopportare.
Il rischio è basso o moderato quando l’adesione avviene su smalto integro. In questa situazione la ceramica feldspatica è indicata: è il materiale con la resa estetica più alta, perché il ceramista la costruisce per strati e riproduce profondità, colore e traslucenza in modo molto vicino allo smalto naturale.
Il rischio sale in presenza di questi fattori, e in questi casi si orienta la scelta verso il disilicato di litio:
- ampie zone di ceramica non supportate dal dente sottostante;
- morso profondo o sovrapposizione marcata degli incisivi;
- adesione su substrati flessibili — dentina esposta o vecchie ricostruzioni in composito;
- bruxismo;
- restauri collocati più posteriormente, dove i carichi masticatori sono maggiori.
Il disilicato è una vetroceramica con circa il 70% di contenuto cristallino: più resistente, e con il vantaggio pratico che il maggiore spessore richiesto compensa ulteriormente il rischio di flessione. Il rovescio è che nelle aree di carico servono più di 0,8 mm di spessore, quindi una preparazione un po’ meno conservativa. È un compromesso da mettere sul tavolo prima, non da scoprire dopo.
Quanto smalto si lima davvero
Qui c’è un equivoco diffuso da chiarire: non esiste un numero unico. La riduzione dello smalto cambia zona per zona lungo lo stesso dente.
- Terzo cervicale, cioè al colletto del dente: circa 0,3 mm
- Terzo medio: da 0,5 a 0,8 mm
- Terzo incisale, cioè il bordo: dipende dal disegno scelto, come spieghiamo qui sotto
Al colletto la riduzione deve restare minima — intorno ai 0,3 mm — proprio perché è la zona in cui è più difficile ottenere profondità adeguata conservando smalto intatto, ed è anche il punto più critico per la tenuta del margine. Il margine gengivale della faccetta va posizionato al livello della cresta gengivale o lievemente sotto.
I tre disegni del bordo incisale
Sul bordo del dente esistono tre approcci, e ognuno è un compromesso diverso:
Window — il più conservativo: mantiene lo smalto del terzo incisale. Il prezzo da pagare è una linea visibile tra smalto, resina e ceramica, e una struttura residua più esposta al rischio di frattura.
Feather — recupera il bordo incisale mantenendone la forma. I punti critici sono la difficoltà di posizionare correttamente la ceramica al momento della cementazione e l’abbinamento delle proprietà ottiche con la struttura incisale residua.
Overlap — avvolge il bordo. È l’unico che consente uno spessore di ceramica di 1,5–2,0 mm al terzo incisale, e quindi l’unico che permette di ottenere un colore e una traslucenza davvero corretti in quella zona. Richiede però la preparazione più estesa.
Detto in modo diretto: se vuoi il risultato estetico migliore sul bordo del dente, serve più spazio per la ceramica. Chi promette il massimo risultato estetico con la preparazione minima in ogni situazione sta semplificando qualcosa.
Nel nostro studio le preparazioni per le faccette vengono eseguite sotto microscopio operatorio. A 0,3 mm di margine al colletto, la differenza tra restare nello smalto e scoprire la dentina si gioca su decimi di millimetro che a occhio nudo semplicemente non si vedono — e come hai visto sopra, quella differenza vale venticinque punti di successo a distanza di anni.
Faccette dentali “no-prep”: quando sono davvero possibili
Le faccette no-prep si applicano senza limare il dente. Sono l’approccio più conservativo in assoluto e, coerentemente con tutto quello che abbiamo detto sullo smalto, le revisioni della letteratura indicano che le faccette in vetroceramica con preparazione minima o assente mostrano i tassi di sopravvivenza più alti in assoluto.
L’indicazione però è ristretta e va verificata caso per caso. Le situazioni documentate come appropriate sono:
- discromie che non rispondono allo sbiancamento;
- forma o contorno insoddisfacenti, denti troppo piccoli o poco voluminosi;
- chiusura di diastemi;
- lievi disallineamenti;
- malformazioni localizzate dello smalto;
- fluorosi con smalto chiazzato;
- piccole scheggiature e fratture;
- denti di forma anomala.
Non sono adatte quando i denti sono affollati, molto ruotati o presentano discromie estese. Applicate nel caso sbagliato producono denti visibilmente ingombranti e più difficili da tenere puliti.
Quando le faccette dentali NON sono indicate
Questa è la sezione che quasi nessuno scrive, ed è quella che conta di più. Le faccette sono controindicate quando c’è:
- bruxismo severo o attività parafunzionale marcata: è una controindicazione assoluta;
- distanza interocclusale ridotta;
- morso profondo verticale senza sovrapposizione orizzontale anteriore;
- denti gravemente mal posizionati;
- malattia dei tessuti molli in corso;
- denti con ricostruzioni preesistenti molto estese;
- tessuto dentale residuo insufficiente dopo la preparazione;
- carie sottogengivali o cervicali estese;
- età adolescenziale: meglio attendere i 21 anni, quando l’occlusione è stabile.
Sul bruxismo severo vogliamo essere espliciti, perché è il punto su cui vediamo più fraintendimenti: non è un fattore di rischio da gestire, è una controindicazione assoluta. La frattura è il primo meccanismo di fallimento delle faccette, e le fratture aumentano in presenza di attività parafunzionale. Applicare faccette su un bruxista severo significa programmarne la rottura. Se digrigni i denti, va detto e valutato prima: nei casi lievi o controllabili si può procedere, e un bite di protezione entra nel piano di trattamento fin dall’inizio, non dopo il primo problema.
E ne aggiungiamo una che non sta nei libri ma vale quanto le altre: quando lo stesso risultato si ottiene con qualcosa di meno invasivo. Capita spesso che una persona arrivi in studio convinta di aver bisogno di faccette e che il risultato desiderato si raggiunga con uno sbiancamento e qualche ritocco in composito. Non proponiamo mai un trattamento più invasivo di quanto serva.
Quanto durano le faccette dentali
Le faccette in ceramica ben indicate e ben cementate mostrano sopravvivenze del 93,5% a 10 anni e dell’83% a 20 anni, e le revisioni della letteratura concordano su valori superiori al 90% oltre i dieci anni. I tassi di fallimento riportati nei singoli studi si collocano generalmente tra 0% e 7%.
Esistono studi con percentuali più alte, tra il 14% e il 33%, ma sono legati a fattori di rischio identificati con precisione: occlusione e articolazione sfavorevoli, perdita eccessiva di tessuto dentale, cementi inadeguati, denti non preparati e adesione parziale su ampie superfici di dentina esposta.
Il che porta al punto centrale di tutta la guida: la durata dipende più dalla selezione del caso e dalla qualità dell’adesione che dal materiale scelto.
Le cause di fallimento documentate si distribuiscono così:
- Motivi estetici: 31%
- Complicanze meccaniche: 31%
- Problemi di supporto parodontale: 12,5%
- Perdita di ritenzione: 12,5%
- Carie: 6%
- Frattura del dente: 6%
Due letture. Quasi un terzo dei fallimenti non è una rottura ma un risultato estetico che non soddisfa: è un problema di progettazione, non di materiale. Un altro terzo è meccanico, quindi riconducibile a occlusione e carichi. Insieme fanno il 62%, e sono entrambi problemi che si risolvono prima di toccare il dente.
Manutenzione delle faccette dentali
Le faccette non richiedono attenzioni particolari oltre a quelle previste per i denti naturali: igiene quotidiana con spazzolino e filo interdentale, evitare di mordere cibi eccessivamente duri, sedute regolari di igiene professionale durante le quali le superfici ceramiche vengono lucidate.
Un aspetto di cui si parla poco: la recessione gengivale fisiologica può rendere visibile nel tempo il margine tra faccetta e dente. Non è un difetto del lavoro, è il tessuto che cambia negli anni. I controlli periodici servono anche a questo.
Come lavoriamo: il flusso completamente digitale
Nel nostro studio le faccette vengono progettate e realizzate con un flusso interamente digitale, dalla progettazione al controllo degli spessori. Non è una scelta di immagine: è il modo in cui teniamo sotto controllo proprio quei decimi di millimetro da cui dipende tutto il resto.
L’impronta è digitale. Niente paste da impronta: la scansione intraorale è più confortevole e restituisce un modello immediatamente utilizzabile in progettazione.
La progettazione usa il Digital Smile Design. Il nuovo sorriso viene disegnato dentro le proporzioni reali del tuo viso, non su un modello isolato. Ed è anche uno strumento di comunicazione: ti mostriamo il progetto prima di iniziare, così le decisioni le prendiamo insieme invece di scoprire alla fine se il risultato ti piace. Considerando che il 31% dei fallimenti è di natura estetica, questo passaggio vale più di quanto sembri.
La riduzione dello smalto è controllata due volte. Usiamo mascherine di riduzione progettate digitalmente e, in aggiunta, effettuiamo controlli digitali durante la preparazione per verificare esattamente quanto smalto è stato rimosso in ogni punto. È la differenza tra stimare la riduzione e misurarla.
Cosa dice la ricerca sul flusso digitale
Una revisione sistematica pubblicata su Dentistry Journal nel 2024, che ha analizzato 20 studi, conclude che il flusso digitale mostra risultati superiori in efficacia e prevedibilità rispetto a quello convenzionale, e che le mascherine di preparazione guidate producono preparazioni più accurate della preparazione a mano libera. La revisione segnala anche un effetto meno ovvio: la progettazione digitale migliora la collaborazione tra i professionisti coinvolti e riduce il numero di ritocchi intraorali finali.
Va detto con onestà, ed è la stessa revisione a dirlo, che il digitale non è automaticamente meglio in ogni situazione. Gli scanner facciali hanno costi importanti e richiedono formazione e risorse di laboratorio dedicate. Alcuni studi hanno rilevato che i mock-up fresati risultano leggermente più spessi del progetto originale, con la discrepanza concentrata proprio al colletto. E gli autori concludono che mancano ancora studi clinici randomizzati sufficienti a quantificare il vantaggio con precisione.
Per questo il nostro approccio non è “digitale al posto di”, ma digitale per il controllo dimensionale e mano dell’operatore per l’adattamento clinico. Il doppio controllo sulla riduzione nasce esattamente da questa logica.
Faccette, corone, ortodonzia e sbiancamento: l’ordine giusto
Faccette o corone. Entrambe sono ricostruzioni indirette, ma la corona riveste il dente a 360° e richiede una preparazione di 1–1,5 mm su tutte le superfici: è indicata quando il dente è molto compromesso. La faccetta interessa solo la superficie esterna, preserva la vitalità della polpa e rispetta meglio i tessuti gengivali.
L’ortodonzia viene prima. Le faccette non sostituiscono l’allineamento. In casi selezionati correggono lievi rotazioni o retrusioni, ma correggere protrusioni con le faccette è sconsigliato perché richiederebbe preparazioni eccessive. Se i denti sono ruotati o protrusi, allinearli prima con allineatori trasparenti permette di limare molto meno smalto: percorso più lungo, risultato molto più conservativo — e, visti i dati sull’adesione, anche molto più duraturo.
Lo sbiancamento viene prima. Le faccette non si sbiancano dopo l’applicazione: i materiali ceramici non rispondono ai trattamenti sbiancanti. Se desideri un colore più chiaro, lo sbiancamento dei denti naturali va eseguito prima, e le faccette si progettano sul nuovo colore.
Il percorso in studio
- Prima visita. Valutazione dello smalto residuo, analisi occlusale, colore di partenza, quadro ortodontico. È qui che si decide se le faccette sono la soluzione giusta — e a volte la risposta è no.
- Scansione intraorale e progettazione digitale del sorriso.
- Digital Smile Design condiviso con te. Il progetto si guarda insieme prima di toccare i denti.
- Fase provvisoria. Il risultato si prova prima di renderlo definitivo.
- Preparazione minimamente invasiva sotto microscopio operatorio, con mascherine di riduzione e controllo digitale degli spessori.
- Realizzazione in laboratorio e cementazione adesiva con isolamento del campo.
- Controlli periodici e igiene professionale.
Parliamone prima di decidere
Se stai valutando le faccette dentali, la cosa più utile è una visita in cui guardiamo insieme lo stato dello smalto, l’occlusione e il colore di partenza — e capiamo se le faccette sono la soluzione giusta o se ottieni lo stesso risultato con qualcosa di meno invasivo. Ti spieghiamo tutto prima, nessuna sorpresa.
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FAQ – Domande frequenti sulle faccette dentali
Le faccette dentali rovinano i denti naturali?
No, se l’indicazione è corretta e la preparazione resta nello smalto. La riduzione varia per zona: circa 0,3 mm al colletto, 0,5–0,8 mm nel terzo medio, mentre sul bordo incisale dipende dal disegno scelto. Il rischio nasce quando le faccette vengono applicate su casi non indicati o con preparazioni più estese del necessario.
Quanto durano le faccette dentali?
Le faccette in ceramica mostrano sopravvivenze del 93,5% a 10 anni e dell’83% a 20 anni. Il fattore che incide di più non è il materiale, ma il substrato su cui vengono incollate: sullo smalto integro la sopravvivenza arriva al 99%, mentre su dentina esposta scende al 91%.
Meglio ceramica o composito?
I dati a dieci anni danno un tasso di fallimento annuo dell’1,2% per la ceramica contro il 4,1% del composito diretto: circa quattro volte tanto. La ceramica mantiene meglio il colore e resiste meglio all’usura. Il composito però resta una valida alternativa più conservativa e meno costosa, con una longevità accettabile: richiede semplicemente più interventi di manutenzione nel tempo.
Quanto costano le faccette dentali?
Il costo varia in base al caso. Nel nostro studio le faccette in ceramica si aggirano mediamente intorno ai 850 € per dente. La cifra reale dipende dal numero di elementi e dalla complessità, e si definisce dopo la visita con un preventivo scritto. Sono disponibili soluzioni di pagamento dilazionato.
Posso fare le faccette dentali se digrigno i denti?
Il bruxismo severo è una controindicazione assoluta: la frattura è il primo meccanismo di fallimento delle faccette e aumenta nettamente in presenza di parafunzione. Nei casi lievi o controllabili si può procedere, ma la valutazione occlusale e un bite di protezione fanno parte del piano fin dall’inizio.
L’applicazione delle faccette dentali è dolorosa?
No. La procedura si esegue in anestesia locale. Dopo il trattamento può comparire una lieve sensibilità transitoria, che si risolve spontaneamente in pochi giorni. Preservare la dentina durante la preparazione è proprio ciò che riduce questo rischio.
Le faccette dentali si possono rompere o staccare?
È un’evenienza rara quando l’indicazione è corretta. I fattori di rischio principali sono il sovraccarico occlusale e una cementazione inadeguata. Per questo la valutazione dei carichi e la fase provvisoria non sono passaggi saltabili.
Si possono sbiancare le faccette dentali dopo averle applicate?
No. I materiali ceramici non rispondono ai trattamenti sbiancanti. Se desideri un colore più chiaro, lo sbiancamento dei denti naturali va fatto prima.
Si può passare dal composito alla ceramica in un secondo momento?
Sì, ed è un percorso che si può programmare. Va però considerato un dato: le faccette in ceramica incollate su una ricostruzione in composito preesistente mostrano una sopravvivenza del 94%, ma un tasso di successo del 70% — cioè circa una su tre richiede un intervento nel tempo, contro il 99% dello smalto integro. Non è una controindicazione, ma è un motivo in più per valutare bene il substrato e orientarsi verso il disilicato di litio.
È possibile realizzare faccette dentali “no-prep”?
Sì, in casi selezionati: discromie moderate, diastemi, anomalie di forma o dimensione, piccole scheggiature, fluorosi. Le revisioni indicano anzi che le faccette in vetroceramica con preparazione minima o assente hanno i tassi di sopravvivenza più alti in assoluto, proprio perché conservano tutto lo smalto. Non sono adatte con denti affollati, molto ruotati o con discromie estese.
Usate un flusso digitale?
Sì, completamente: impronta digitale, progettazione con Digital Smile Design condivisa con il paziente, mascherine di riduzione progettate digitalmente e controlli digitali durante la preparazione per verificare quanto smalto viene rimosso in ogni punto.
